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Con il nome di O.O.P.A.R.T. (Out Of Place Artifacts, cioè manufatti/reperti fuori posto) vengono indicate tutte
quelle tracce di presenza umana che sono stati rinvenuti in strati geologici in cui non dovrebbero esistere, oppure
quegli utensili di livello tecnologico incompatibile con le conoscenze della civiltà in questione. Anche se ciò non è
riportato sui libri di storia, questi reperti sono molti e contraddicono palesemente la visione tradizionale della
preistoria, con grande dispiacere per i pensatori ortodossi. L’abitudine a considerare questi ritrovamenti delle
anomalie (chiamando in causa, ad esempio errori di datazione, fenomeni naturali, malafede dei ricercatori
coinvolti), solo perché non rispecchiano gli schemi di pensiero accettati, ha permesso che questa mole di dati
venisse accantonata e dimenticata, formando un vero e proprio capitolo di Archeologia Proibita.
Con questo titolo, il ricercatore Michael Cremo ha pubblicato nel 1995 un volume enorme che cataloga tutti i pezzi
dimenticati delle origini dell’uomo. Recuperando anche la letteratura scientifica della seconda met? dell’800 Cremo
ha scoperto una vera e propria soppressione di prove che dimostrano che l’Homo Sapiens anatomicamente
moderno esiste da decine di milioni di anni. Prove che per documentazione e numero e superano i pezzi sparsi e
incongruenti che formano la linea evolutiva accettata.
In seguito alla pubblicazione de L’origine delle specie di Charles Darwin, nel 1859, l’entusiasmo ha spinto i suoi
fautori a rintracciare in fretta il percorso evolutivo della nostra specie a partire da un antenato ominide plausibile.
Già nel secolo scorso, gli evoluzionisti erano certi che il genere Homo si fosse sviluppato solo recentemente, negli
ultimi 2 milioni di anni. Per cui essi adattarono i reperti alle loro idee preconcette, anziché costruire la teoria sui
fatti. Ogni ritrovamento che metteva in dubbio la cronologia dogmatica veniva sottoposto ad ogni genere di critica,
mentre la minoranza delle scoperte gradite era accolta e propagandata con entusiamo. Ciò avvenne nel 1894 (il
famoso uomo di Giava, battezzato Homo Erectus) e all’inizio del secolo con gli ominidi cinesi. I neo-darwinisti,
dopo aver deciso quali reperti fossero da considerare autentici, hanno disposto sulla stessa linea dei frammenti
fossili disordinati, spesso rinvenuti in condizioni dubbie, spesso appartenti a specie diverse (l’Homo Abilis è una
pura invenzione antropologica, non esiste come specie a sè). Una generazione influente di studiosi ha alterato
clamorosamente la reale antichità dell’essere umano, ricorrendo persino al falso (il caso dell’Uomo di Piltdown). I
concetti ortodossi sono radicati a tal punto che oggi la morfologia stessa dei fossili di ominide viene usata per
datare un sito archeologico: anatomia moderna significa recente, anatomia scimmiesca significa antico. In questo
modo non vi è alcuna possibilità di esplorare ipotesi alternative.
Essere coscienti del fatto che la ricostruzione dell’antichità è soggetta a pesanti pregiudizi, ci aiuta ad affrontare,
nel seguito, altri numerosi reperti dalle implicazioni ben più sconvolgenti, molti dei quali erano noti anche prima
del contributo di M.Cremo, ma rimanevano oggetto di studio soltanto per gli scrittori di paleoastronautica .
Impronte fossili umane sono rimaste impresse su formazioni rocciose antichissime, numerosi manufatti sono stati
rinvenuti in strati geologici "impossibili", anteriori all’era dei dinosauri, oltre 300 milioni di anni fa. Ci sono
scheletri di razze umane sconosciute, e strumenti tecnologici dalla fattura moderna. Su tutto questo è calato il più
assoluto silenzio, a causa del cosiddetto filtro culturale, o forse per insabbiamento intenzionale.
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